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Gesù Salva Civitavecchia |
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IL DIRITTO DI NON LAVORARE “Non sono io apostolo? Non sono io libero? Non ho io veduto Gesù Cristo, il nostro Signore? Non siete voi la mia opera nel Signore? Se non sono apostolo per gli altri, lo sono almeno per voi, poiché voi siete il sigillo del mio apostolato nel Signore. Questa è la mia difesa nei confronti di coloro che fanno inchieste a mio riguardo. Non abbiamo noi il diritto di mangiare e di bere? Non abbiamo noi il diritto di condurre attorno una moglie, che sia una sorella in fede, come fanno anche gli altri apostoli, i fratelli del Signore e Cefa? O soltanto io e Barnaba non abbiamo il diritto di non lavorare? Chi mai va alla guerra a proprie spese? Chi pianta una vigna e non ne mangia il frutto? O chi si prende cura di un gregge e non mangia del latte del gregge? Dico queste cose secondo l'uomo? Non dice queste cose anche la legge? Nella legge di Mosè infatti sta scritto: «Non mettere la museruola al bue che trebbia». Si dà forse Dio pensiero dei buoi? Ovvero, dice tutto questo per noi? Certo queste cose sono scritte per noi, perché chi ara deve arare con speranza, e chi trebbia deve trebbiare con la speranza di avere ciò che spera. Se abbiamo seminato fra voi le cose spirituali, è forse gran cosa se mietiamo i vostri beni materiali? Se gli altri hanno tale diritto su di voi, non l'avremmo noi molto di più? Noi però non ci serviamo di questo diritto, ma sopportiamo ogni cosa per non porre alcun ostacolo all'evangelo di Cristo. Non sapete voi che quelli che fanno il servizio sacro mangiano delle cose del tempio, e quelli che servono all'altare hanno parte dei beni dell'altare? Così pure il Signore ha ordinato che coloro che annunziano l'evangelo, vivano dell'evangelo.” 1Corinzi 9:1-14
Chi mai va alla guerra a proprie spese? Chi pianta una vigna e non ne mangia il frutto? O chi si prende cura di un gregge e non mangia del latte del gregge?
Dico queste cose secondo l'uomo? Non dice queste cose anche la legge? Nella legge di Mosè infatti sta scritto: «Non mettere la museruola al bue che trebbia». Si dà forse Dio pensiero dei buoi? Ovvero, dice tutto questo per noi? Certo queste cose sono scritte per noi, perché chi ara deve arare con speranza, e chi trebbia deve trebbiare con la speranza di avere ciò che spera. Se abbiamo seminato fra voi le cose spirituali, è forse gran cosa se mietiamo i vostri beni materiali? Se gli altri hanno tale diritto su di voi, non l'avremmo noi molto di più? Noi però non ci serviamo di questo diritto, ma sopportiamo ogni cosa per non porre alcun ostacolo all'evangelo di Cristo. Non sapete voi che quelli che fanno il servizio sacro mangiano delle cose del tempio, e quelli che servono all'altare hanno parte dei beni dell'altare? Così pure il Signore ha ordinato che coloro che annunziano l'evangelo, vivano dell'evangelo.
Il problema dei soldi è sempre stato il più difficile a risolvere! : “ Non tocchiamo questo tasto altrimenti sono guai.”: è l’espressione che si sente spesso ripetere, sia da coloro che si professano “credenti” che no. A questa espressione ne seguono altre che stanno tutte ad indicare la difficile realtà quotidiana in cui oggi ci troviamo a vivere e che esprimono la preoccupazione di dover mettere insieme il “pane con il companatico”. La vita presenta ogni giorno il suo conto quasi sempre difficile da pagare. Tutto costa e tutti pretendono di essere pagati subito; mutuo, tasse, luce, gas, acqua, ecc. pagamenti che, come spade di Damocle, pendono sulle nostre teste pronti a colpire. Tutti avanzano diritti e noi ci troviamo sempre ad assolvere doveri: verso lo Stato, verso la famiglia, verso tutto. Quando, gloria a Dio, il Signore ci chiama a seguirlo donandoci per grazia la salvezza veniamo condotti dal Suo amore in una chiesa dove finalmente tutto è “bello”, dove troviamo amore, pace, serenità e fratelli che appaiono agli occhi nostri “perfetti”. Dopo il primo impatto, ciò che subito viene a scuoterci è che anche in chiesa vi è la richiesta di soldi, che ci mostra che in fondo anche qui la musica è la stessa. E’ vero ci sono delle spese da affrontare per mandare avanti il locale : affitto, luce ecc… e sono tutte giuste, logiche, comprensibili, facili da accettare.
Ma nel conto viene posta una quota per il “responsabile” della comunità, il quale pretende anche lui di ricevere la sua parte, pretende i suoi “diritti”; anche lui ha le sue “esigenze”: la sua famiglia, la sua casa, la sua macchina, ecc…. e qualcuno deve provvedere! Purtroppo c’è la convinzione che i soldi dati per il mantenimento dei ministri della chiesa siano soldi sprecati, anche perché non viene “visualizzato” il lavoro che i responsabili compiono ogni giorno a pro della chiesa. “Non fanno nulla tutto il giorno” e purtroppo spesso questo giudizio corrisponde a verità, ma è anche pur vero che il loro lavoro è di carattere spirituale e quindi poco quantificabile. Il responsabile tenta in ogni maniera di giustificare, alla luce della Parola di Dio, che le sue richieste sono legittime e che trovano propria nella Bibbia la forza del loro diritto, e se lui ha il diritto è chiaro che ci sono coloro che hanno il dovere; e chi sono questi se non i credenti ? Anche l’apostolo Paolo si trovò nella stessa situazione di dover giustificare la sua richiesta di danaro per poter vivere.(1 Corinti Capitolo 9) Paolo e Barnaba non lavoravano e pretendevano di vivere sostenuti dai credenti. L’apostolo Paolo poteva difendersi verso i Corinti mostrando loro il frutto del proprio lavoro, la fatica sostenuta per poter portare ad essi il vangelo . Tutto era sotto i loro occhi e quindi a ragione poteva avanzare il diritto di mangiare e bere, di avere una famiglia, cioè di avere tutte quelle cose che sono riconosciute fondamentali per tutti coloro che svolgono una attività dalla quale trarre sostentamento. Paolo e Barnaba si ponevano sullo stesso piano di quegli apostoli verso i quali tale diritto era riconosciuto facendo presente che non è una questione di persona, ma di incarico ricevuto. Chi lavora per l’evangelo ha diritto di trarre da esso il sostentamento: E’ un preciso ordine del Signore: colui che dedica la sua vita all’annuncio dell’evangelo, alla salvezza delle anime, può avanzare questo diritto. La difesa di Paolo nasce dalla posizione che occupavano gli apostoli e di cui lui rivendicava l’autorità, il diritto di fregiarsi dello stesso titolo : “Non sono io apostolo ?”(v.1). E dimostrato questo ne scaturiva necessariamente anche il diritto di poter pretendere di essere mantenuto dai credenti, come tutti gli altri apostoli. E se anche ve ne erano di coloro che non lo considerassero apostolo, almeno lui lo era per chi godeva dei benefici del suo apostolato, cioè coloro che erano stati salvati per l’annuncio dell’evangelo fatto da lui. Quindi coloro che avevano ricevuto un beneficio spirituale erano in obbligo di “pagare” il lavoro espletato a loro favore. Una specie di “rimborso spese”.
“Chi fa la guerra a proprie spese …. Chi pianta una vigna e non ne mangia il frutto … chi si prende cura del gregge e non ne mangia il latte ? “ (v. 7)
Come nelle parabole del Signore, davanti a situazioni evidenti ovvia è la risposta. Gli apostoli sono coloro che fanno la guerra, che svolgono il loro servizio in prima linea; sono oggi i missionari che aprono nuove frontiere dove seminare la Parola di Dio, fondano chiese. Il loro lavoro è evidente e non possiamo immaginare un apostolo che espleti un lavoro secolare ed allo stesso tempo essere impegnato nell’annuncio dell’Evangelo dove esso non è conosciuto. Coloro che svolgono attività pastorale, che cioè si prendono cura del gregge, anche loro hanno diritto “mangiare il latte” prodotto dalle pecore.
Come nel vecchio testamento Dio aveva stabilito che ai Leviti che insegnavano al popolo la legge, andassero le decime : "E ai figliuoli di Levi io do come possesso tutte le decime in Israele in contraccambio del servizio che fanno" (Num. 18:21), cosi nel nuovo testamento, non essendoci più la legge a cui obbedire, abbiamo l’evangelo e questo diritto i ministri di Cristo lo hanno nell’Evangelo. Ma nell’evangelo la cura del gregge non è riservata SOLO al pastore ma a tutto il consiglio degli anziani ai quali spetta di “pascere il gregge di Dio” e Paolo, parlando degli anziani, scrisse a Timoteo: "Gli anziani che tengono bene la presidenza, siano reputati degni di doppio onore, specialmente quelli che faticano nella predicazione e nell’insegnamento; poichè la Scrittura dice: Non mettere la museruola al bue che trebbia; e l’operaio è degno della sua mercede" (1 Tim. 5:17,18; ) Gli anziani si prendono cura del gregge e quindi sono gli anziani “che faticano alla predicazione ed all’insegnamento”, che hanno diritto a non lavorare, in quanto la loro fatica è il loro lavoro. Ad ogni diritto corrisponde un dovere: se gli anziani hanno questo diritto i credenti hanno il dovere di corrispondere a questo diritto: "Colui che viene ammaestrato nella Parola faccia parte di tutti i suoi beni a chi l’ammaestra" (Gal. 6:6).
Nelle nostre chiese non viene mai predicato che anche gli anziani “possono” avanzare diritto di ricevere uno stipendio, ed il motivo è chiaro “il latte che viene munto dal gregge a volte, non è sufficiente per uno … figuriamoci se poi bisogna dividerlo …” Quando una chiesa riconosce che le persone preposte dal Signore alla sua edificazione, svolgono fedelmente il loro lavoro ha l’obbligo davanti a Dio di provvedere, secondo le proprie possibilità al sostentamento degli stessi."… secondo che ha deliberato in cuore suo; non di mala voglia, nè per forza perchè Iddio ama un donatore allegro" (2 Cor. 9:7),
E se il “latte” prodotto dal gregge non è sufficiente, gli anziani hanno il dovere di provvedere alle loro necessità attraverso i profitti di un onesto lavoro, e non proponendo tasse fatte passare per “bibliche” come la decima. Renzo
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